Zaino in spalla, baedeker in mano e cuffie del walkman perennemente incollate alle orecchie: è così che ricordo il mio primo viaggio all'estero completamente sola. Avevo vent'anni e sognavo di trasferirmi a Londra.

Lì c'era la musica più bella e all'epoca sembrava non interessarmi altro.
Mi innamorai immediatamente di quella città ordinata e stimolante, chiassosa lungo le streets e rilassante nei parchi,
Tutto mi entusiasmava: dai musical nel west end alle rappresentazioni shakespeariane al parco, dai volti infilzati da spilli dei punk ai cappelli da cerimonia più assurdi indossati da anziane donne aristocratiche, dalla noiosa parata con la Regina al militaresco cambio della guardia.
Il Big Ben e i suoi inconfondibili rintocchi, gli enormi taxi neri, la colonna di Nelson, la statua di Eros a Piccadilly e gli inglesi, impassibili ma gentili.
Piansi alla partenza. Non avrei mai voluto allontanarmi da quella metropoli.
Negli anni seguenti, saltuariamente, tornai nella Capitale inglese cercando le stesse sensazioni, senza più riuscire a trovarle.
Londra non era cambiata, io sì.
mercoledì 8 luglio 2009
Diario di viaggio: Londra
altera nei suoi palazzi reali e vivace in Carnaby Street.
venerdì 26 giugno 2009
La moderna lettera scarlatta: D di debitore
E' ormai anni che si parla di "privacy".Ogni informazione personale è regolata da una normativa che, ufficialmente, protegge le nostre esistenze. Un tentativo nobile, per lo meno sulla carta, di salvaguardare il mondo privato dall'invasione massiccia dei mezzi tecnologici.
Ma chi vive in un condominio, molto spesso si domanda se non ci sia una violazione di questo sacrosanto diritto nel momento in cui si vede recapitare dall'amministratore la tabella di riparto dei versamenti.
In tale prospetto c'è la famigerata colonna dei conguagli, da cui si evince se il condomino tal dei tali ha pagato regolarmente la sua quota di spese.
Naturalmente considero legittimo saldare quanto dovuto nei tempi stabiliti, ma mi chiedo se sia altrettanto legittimo comunicare esplicitamente il nome di chi, per mille motivi, non sia riuscito ad estinguere, per tempo, il suo debito.
Con questo mio post non voglio assolutamente provocare polemiche da parte di chi, come la sottoscritta, ha sempre regolarmente pagato, ma mi domando a cosa possa servire tale "gogna" se non a scatenare malumori sia fra i "virtuosi" che fra gli insolventi.
Se si trovasse un modo più discreto per gestire la questione non saremmo costretti ad ascoltare commenti infelici e inopportuni come "ha letto i nomi delle persone che non pagano? Eppure vanno in giro a testa alta".
Personalmente manderei in giro a testa bassa l'autore di tale discutibile e censurabile boutade. Se tornasse in vita Nathaniel Hawthorne aggiornerebbe il suo splendido romanzo "La lettera scarlatta" sostituendo la A di adultera con la D di debitore.
W la privacy.
lunedì 22 giugno 2009
Il vuoto
Aveva imparato ad immobilizzare le emozioni. Immaginava di congelarle e riporle nell'angolo più freddo e remoto dell'anima, lontane dal calore della propria sensibilità.
C'era voluto parecchio tempo, ma alla fine era riuscita a proteggere il suo corpo dalle cocenti delusioni che la vita sembrava riservarle con costante ciclicità.
Aveva deciso di smettere di soffrire da quando Luca l'aveva lasciata sola, con un figlio da crescere e decine di debiti da saldare.
Aveva fatto spallucce, inghiottendo un boccone amaro come il cianuro, quando scoprì che il suo ex marito era andato a convivere con la sua migliore amica.
Aveva cominciato a costruire una corazza intorno al suo cuore alla morte di suo padre, sfoggiando un'insolita e altera compostezza durante il funerale.
Più passavano gli anni, più si accorgeva che nulla riusciva a turbarla o a farla soffrire.
La commozione, per lei, era soltanto una parola sterile, sconosciuta e fredda.
"Androide" era il soprannome che le aveva affibbiato il figlio Tommaso e lei l'aveva accolto senza replicare.
Aveva imparato a vivere senza più sapere cosa volesse dire piangere o farsi travolgere dalla malinconia.
Stava meglio. Decisamente meglio.
E poi arrivò il giorno della laurea di Tommaso: l'unico giorno in cui avrebbe permesso ai suoi occhi di inumidirsi e al suo cuore di commuoversi. Dopo tanti anni avrebbe partecipato emotivamente all'evento che più bramava da quando suo figlio aveva cominciato a frequentare la scuola.
In quell'aula avrebbe pianto di felicità e orgoglio, avrebbe abbracciato il ragazzo con slancio ed entusiasmo sussurrandogli che l'androide si era trasformato in un umano.
Attese il giudizio dei docenti. 110 e lode.
La ritrovata sensibilità sarebbe stato il regalo di laurea per suo figlio.
Attese che la tempesta emotiva esplodesse in lei, liberando il pianto represso da decenni, ma non accadde nulla.
Tentò invano di far parlare i suoi sentimenti, ma l'unica sensazione che poteva essere lontanamente paragonata ad una emozione era un infinito senso di vuoto.
Mormorò un laconico "complimenti", gli stampò un bacio sulla guancia e lasciò che fossero gli amici del ragazzo a festeggiarlo come meritava, mentre, smarrita, si pentì di tutte le lacrime non versate.
Stefania Lusetti
(in alto: "Donna che piange" dipinto di Pablo Picasso)
mercoledì 10 giugno 2009
Grazie
Ho ancora negli occhi i bei momenti vissuti domenica scorsa, durante la festa di fine anno della Scuola Materna Parrocchiale di Buscate.
Che emozione tutti quei bimbi sul palco, mentre si muovevano con disinvoltura, seguendo con attenzione le movenze suggerite dalla loro insegnante di psicomotricità Laura.
Le loro vocine cristalline mentre intonavano simpatiche canzoni.
La consegna dei diplomi e del tocco ai più grandi, che a settembre inizieranno la scuola primaria.
E ho pensato a voi, care Emilia, Renata e Rossella, che, per tre lunghi anni, avete preso per mano quei bimbi per accompagnarli pazientemente e amorevolmente nel loro primo percorso di vita in società.
Ho immaginato la vostra malinconia, suggerita dalla consapevolezza che a settembre quei volti fisseranno diligentemente altre insegnanti, che non sarete lì a dir loro come colorare un uovo pasquale, a consolarli per una sbucciatura, a rimproverarli per un gioco un po' troppo manesco.
Ho immaginato la mia malinconia fra due anni, quando sarà Riccardo a salutarvi….
Ho scacciato la tristezza di quel pensiero un po' troppo prematuro salendo sul palco insieme a voi e alle altre mamme.
Abbiamo divertito i nostri figli e i nostri mariti immedesimandoci goffamente in Cenerentola, Alice, Cappuccetto Rosso, Pinocchio e altri improbabili personaggi fiabeschi.
Abbiamo riso, ci siamo prese in giro e abbiamo ritrovato l'anima fanciullesca ancora intatta in noi.
Oggi, sulla bacheca esterna dell'asilo c'era un messaggio di ringraziamento a tutti i genitori che hanno aiutato ad organizzare quella giornata di gioia.
Sono io che ringrazio voi.
Grazie a Suor Luisa per il suo sorriso e la sua praticità
Grazie a Suor Rosalba per la pazienza con cui segue i nostri piccoli scavezzacollo durante il giorno
Grazie a Rosalia per i suoi pasti prelibati
Grazie alle signore del doposcuola: presenze importantissime dopo il normale orario scolastico
Grazie a Laura: Riccardo, contrariamente alla sottoscritta, ama particolarmente il lunedì
Grazie a Rossella per la sua dolcezza
Grazie a Renata per la sua simpatia e la sua inesauribile energia
E grazie, naturalmente, a Emilia: educatrice eccezionale, che non smetterò mai di ammirare e ringraziare.
GRAZIE DI CUORE A TUTTE VOI!!!!
Che emozione tutti quei bimbi sul palco, mentre si muovevano con disinvoltura, seguendo con attenzione le movenze suggerite dalla loro insegnante di psicomotricità Laura.
Le loro vocine cristalline mentre intonavano simpatiche canzoni.
La consegna dei diplomi e del tocco ai più grandi, che a settembre inizieranno la scuola primaria.
E ho pensato a voi, care Emilia, Renata e Rossella, che, per tre lunghi anni, avete preso per mano quei bimbi per accompagnarli pazientemente e amorevolmente nel loro primo percorso di vita in società.
Ho immaginato la vostra malinconia, suggerita dalla consapevolezza che a settembre quei volti fisseranno diligentemente altre insegnanti, che non sarete lì a dir loro come colorare un uovo pasquale, a consolarli per una sbucciatura, a rimproverarli per un gioco un po' troppo manesco.
Ho immaginato la mia malinconia fra due anni, quando sarà Riccardo a salutarvi….
Ho scacciato la tristezza di quel pensiero un po' troppo prematuro salendo sul palco insieme a voi e alle altre mamme.
Abbiamo divertito i nostri figli e i nostri mariti immedesimandoci goffamente in Cenerentola, Alice, Cappuccetto Rosso, Pinocchio e altri improbabili personaggi fiabeschi.
Abbiamo riso, ci siamo prese in giro e abbiamo ritrovato l'anima fanciullesca ancora intatta in noi.
Oggi, sulla bacheca esterna dell'asilo c'era un messaggio di ringraziamento a tutti i genitori che hanno aiutato ad organizzare quella giornata di gioia.
Sono io che ringrazio voi.
Grazie a Suor Luisa per il suo sorriso e la sua praticità
Grazie a Suor Rosalba per la pazienza con cui segue i nostri piccoli scavezzacollo durante il giorno
Grazie a Rosalia per i suoi pasti prelibati
Grazie alle signore del doposcuola: presenze importantissime dopo il normale orario scolastico
Grazie a Laura: Riccardo, contrariamente alla sottoscritta, ama particolarmente il lunedì
Grazie a Rossella per la sua dolcezza
Grazie a Renata per la sua simpatia e la sua inesauribile energia
E grazie, naturalmente, a Emilia: educatrice eccezionale, che non smetterò mai di ammirare e ringraziare.
GRAZIE DI CUORE A TUTTE VOI!!!!
martedì 9 giugno 2009
Storia di un delitto quasi perfetto
Era stato facile... estremamente facile e non riusciva a pensare ad altro mentre saliva lentamente e silenziosamente le scale.
Nessuno l’aveva vista scendere e nessuno l’aveva vista salire: ne era certa. Si chiuse la porta del suo appartamento alle spalle e solo in quel momento si accorse che le mani tremavano. Tolse i guanti di pelle e si congratulò con se stessa: nonostante avesse pianificato quell’omicidio da qualche ora soltanto, si era ricordata di indossare quei guanti.
Nessuno l’aveva vista scendere e nessuno l’aveva vista salire: ne era certa. Si chiuse la porta del suo appartamento alle spalle e solo in quel momento si accorse che le mani tremavano. Tolse i guanti di pelle e si congratulò con se stessa: nonostante avesse pianificato quell’omicidio da qualche ora soltanto, si era ricordata di indossare quei guanti.
Oltre a non essere stata vista da nessuno, era anche sicura di non aver lasciato impronte digitali.
Guardò l’orologio: erano trascorsi soltanto una decina di minuti. Era stata veloce: la Nikita di Besson non avrebbe saputo fare meglio. Sorrise per il paragone.
Le mani continuavano a tremare, nonostante si sentisse tranquilla. Sarà stato lo sforzo a cui le aveva sottoposte: stringere le dita intorno al collo della vecchia l’avevano stancata più del previsto.
Andò in sala e accese la televisione. Aveva voglia di rilassarsi ma non poteva. La sua mente doveva rimanere vigile e doveva essere sicura di non aver commesso errori.
Non aveva alibi, e lo sapeva, ma non aveva neppure un movente per uccidere la padrona di casa: aveva sempre pagato regolarmente l’affitto, non aveva mai avuto alcuno screzio con gli altri condomini. Gli investigatori non sarebbero mai arrivati a lei. L’avrebbero interrogata, questo era certo, ma non sarebbe mai entrata nella rosa dei sospettati.
Non aveva ancora controllato quanti soldi avesse portato via. Sentiva che la tasca dei jeans era gonfia, ma non sapeva ancora se quel bottino le avrebbe cambiato la vita.
Sperava di sì: se aveva visto bene, dovevano essere tutte banconote da 500 euro.
Aveva ucciso per denaro e non sapeva ancora per quanto! Avrebbe dovuto semplicemente infilare la mano nella tasca ed estrarre il contenuto. Era un gesto semplice, quasi meccanico, eppure non aveva il coraggio di farlo.
Li avrebbe contati prima di andare a letto, o magari proprio a letto. La conta dei soldi avrebbe sostituito, per quella sera, il solito romanzo sul comodino.
La TV era sempre accesa, ma non la osservava. Le mani non tremavano più. Non sembravano mani di un’assassina: erano magre, curate, belle. Stavano bene con lo smalto rosso.
Improvvisamente si sentì gelare: l’unghia dell’indice della mano destra era spezzata. Non era rotta completamente, mancava soltanto la punta.
Possibile non si fosse accorta prima!
Non doveva farsi prendere dal panico, doveva cercare di mantenere la calma.
Forse si era rotta in casa sua, probabilmente già dalla sera precedente e non si era accorta.
Come aveva fatto a commettere un simile errore?
Cominciò a ridere istericamente: stava diventando paranoica. Tornò in anticamera, afferrò i guanti che aveva lasciato sul tavolino d’ingresso e li rivoltò: l’unghia era lì, incastrata nella cucitura interna.
Era troppo presto per considerarlo l’omicidio perfetto, ma era convinta che i presupposti ci fossero tutti.
Tirò un sospiro di sollievo, mentre sentiva che i battiti del cuore riprendevano la solita rassicurante andatura di sempre.
Era meglio buttare nel water l’unghia rotta e mettere via quel paio di guanti: era maggio e se fosse arrivata la polizia per interrogarla si sarebbe insospettita vedendo in giro degli indumenti invernali.
Era sudata. Da quando era rientrata in casa sentiva la necessità di farsi una doccia.
Rimase parecchio tempo sotto il getto purificatore dell’acqua e per la prima volta nella giornata pensò a quanto fatto: le sue mani intorno al collo della vecchia, il volto paonazzo di quest’ultima, la mazzetta di euro infilati velocemente nella tasca dei jeans.
Aveva ucciso una persona colpevole soltanto di essere avara e di non fidarsi di nessuno, tanto meno delle banche.
Si chiese quando avrebbe cominciato ad avvertire quel senso di rimorso per un atto così scellerato. Fino a quel momento non aveva provato nulla: soltanto un po’ di adrenalinica paura all’inizio e ora un’infinita stanchezza.
Da quanto tempo stava squillando il telefono? Non aveva intenzione di rispondere. Lo lasciò trillare un paio di volte ancora, prima di rendersi conto che quella telefonata avrebbe potuto fornirle un alibi.
Era passata circa un’ora dal fatto, ma sapeva - i film servono anche a questo - che i patologi non sono mai troppo sicuri sull’ora del decesso.
Si precipitò al telefono, senza preoccuparsi di coprirsi e bagnare il pavimento. “Pronto…” troppo tardi, chiunque fosse aveva già riattaccato.
La sirena di un mezzo di soccorso la fece sobbalzare: la sentiva vicina. Corse alla finestra, dopo aver recuperato un asciugamano. Si rianimò scorgendo in lontananza soltanto un’ambulanza.
Si allontanò dalla finestra, e cominciò a rivestirsi. La sirena, però, anziché allontanarsi, si avvicinava sempre più.
Tornò alla finestra giusto in tempo per vedere l’ambulanza fermarsi davanti all’ingresso del suo condominio.
Possibile che qualcuno si fosse già accorto? Forse non erano lì per la vecchia, forse, qualcuno nel palazzo, stava male.
Sentì del trambusto sulle scale: non poteva rimanere chiusa in casa, facendo finta di niente.
Aprì la porta e salutò una sua vicina. “Sa cosa è successo” “No, ma devono essere qui per la Sig.ra Baldini. Ho visto che entravano nel suo appartamento”.
Si erano già accorti: poco male! Era certa di non aver lasciato tracce in giro. Sapeva che la cosa sarebbe stata lunga: avrebbero dovuto chiamare un medico per accertarne la morte.
Scambiò ancora qualche parola con la signora dell’appartamento di fronte. Dalla sua posizione riusciva a vedere la porta della vecchia e a controllare gli eventuali movimenti dei soccorritori.
La porta dell’appartamento di sotto si riaprì e vide apparire uno dei soccorritori nella sua tuta blu. Sosteneva qualcosa… Prima di rendersene conto, vide che la vecchia veniva trasportata su una barella. Il volto era coperto da qualcosa, ma non da un lenzuolo. Guardò meglio: era una mascherina per l’ossigeno…
Non poteva crederci: il suo omicidio perfetto si era trasformato in un tentato omicidio. La vecchia era ancora viva!
L’angoscia l’assalì: era certa di averla uccisa. Le sue mani avevano premuto a lungo il collo rugoso. Si era accertata non respirasse più… Com’era possibile?
Doveva scappare: non poteva permettersi di aspettare più a lungo. Se la sua vittima fosse sopravvissuta, avrebbe detto il nome di chi aveva cercato di strangolarla. L’aveva vista in faccia…
Stupida, stupida, stupida! Avrebbe dovuto indossare anche una maschera, non solo i guanti!
Non aveva un piano di riserva: tutto era maturato nella sua mente così in fretta e non aveva neppure dubitato per un attimo potesse fallire.
Avrebbe preparato di corsa una valigia e sarebbe fuggita. Almeno le erano rimasti i soldi.
Fu velocissima anche nell’organizzazione della fuga. Si accertò che nessuno dei suoi vicini la vedesse uscire: tutti erano rientrati in casa. Aveva campo libero! Scese velocemente gli scalini e raggiunse la strada. La sua auto era parcheggiata davanti all’ingresso: meglio! Aveva meno probabilità di farsi vedere in giro con una valigia in mano.
Si era ricordata di prendere il passaporto: la meta l’avrebbe scelta in aeroporto.
Stava riprendendo il controllo della situazione e soprattutto di se stessa.
Volo per Rio de Janeiro. L’altra parte del mondo: non l’avrebbero cercata fin lì, inoltre, si sarebbe mossa spesso e pagando sempre in contanti con i soldi della vecchia, non avrebbe lasciato tracce.
“Un biglietto in economy. Pago in contanti” Toccò il rigonfiamento della tasca dei jeans e infilò, finalmente, le dita per estrarre le banconote.
Non c’erano: al loro posto soltanto un fazzoletto sporco. Il gelo, per l’ennesima volta, s’impadronì del suo corpo. Infilò più a fondo la mano: niente. Cercò nell’altra tasca: vuota! Con un gesto disperato, aprì la borsetta e rovistò ovunque, sapendo che non avrebbe trovato nulla, se non gli oggetti di sua legittima appartenenza.
Per quanto si sforzasse di concentrarsi per capire dove diavolo avesse buttato quei soldi, non ci riusciva.
La doccia: si era spogliata in camera e probabilmente i soldi erano caduti lì…
“Signora: fra poco chiameranno il suo volo”
Doveva comunque scappare: pagò con la carta di credito.
Salì sull’aereo incollerita: ora, di tracce, ne aveva lasciate fin troppe.
Si sistemò al suo posto, allacciandosi subito le cinture di sicurezza. Rivolse un ultimo pensiero a quei soldi abbandonati chissà dove e si pentì di non averli contati subito. Guardò fuori dal finestrino. Cominciò a piangere mentre l’aereo iniziava la fase di decollo.
Era stato facile... estremamente facile e non riusciva a pensare ad altro mentre saliva lentamente e silenziosamente le scale.
Nessuno l’aveva vista scendere e nessuno l’aveva vista salire: ne era certa. Si chiuse la porta del suo appartamento alle spalle e solo in quel momento si accorse che le mani tremavano. Tolse i guanti di pelle e si congratulò con se stessa: nonostante avesse pianificato quell’omicidio da qualche ora soltanto, si era ricordata di indossare quei guanti. Oltre a non essere stata vista da nessuno, era anche sicura di non aver lasciato impronte digitali.
Guardò l’orologio: erano trascorsi soltanto una decina di minuti. Era stata veloce: la Nikita di Besson non avrebbe saputo fare meglio. Sorrise per il paragone.
Le mani continuavano a tremare, nonostante si sentisse tranquilla. Sarà stato lo sforzo a cui le aveva sottoposte: stringere le dita intorno al collo della vecchia l’avevano stancata più del previsto.
Andò in sala e accese la televisione. Aveva voglia di rilassarsi ma non poteva. La sua mente doveva rimanere vigile e doveva essere sicura di non aver commesso errori.
Non aveva alibi, e lo sapeva, ma non aveva neppure un movente per uccidere la padrona di casa: aveva sempre pagato regolarmente l’affitto, non aveva mai avuto alcuno screzio con gli altri condomini. Gli investigatori non sarebbero mai arrivati a lei. L’avrebbero interrogata, questo era certo, ma non sarebbe mai entrata nella rosa dei sospettati.
Non aveva ancora controllato quanti soldi avesse portato via. Sentiva che la tasca dei jeans era gonfia, ma non sapeva ancora se quel bottino le avrebbe cambiato la vita.
Sperava di sì: se aveva visto bene, dovevano essere tutte banconote da 500 euro.
Aveva ucciso per denaro e non sapeva ancora per quanto! Avrebbe dovuto semplicemente infilare la mano nella tasca ed estrarre il contenuto. Era un gesto semplice, quasi meccanico, eppure non aveva il coraggio di farlo.
Li avrebbe contati prima di andare a letto, o magari proprio a letto. La conta dei soldi avrebbe sostituito, per quella sera, il solito romanzo sul comodino.
La TV era sempre accesa, ma non la osservava. Le mani non tremavano più. Non sembravano mani di un’assassina: erano magre, curate, belle. Stavano bene con lo smalto rosso.
Improvvisamente si sentì gelare: l’unghia dell’indice della mano destra era spezzata. Non era rotta completamente, mancava soltanto la punta.
Possibile non si fosse accorta prima!
Non doveva farsi prendere dal panico, doveva cercare di mantenere la calma.
Forse si era rotta in casa sua, probabilmente già dalla sera precedente e non si era accorta.
Come aveva fatto a commettere un simile errore?
Cominciò a ridere istericamente: stava diventando paranoica. Tornò in anticamera, afferrò i guanti che aveva lasciato sul tavolino d’ingresso e li rivoltò: l’unghia era lì, incastrata nella cucitura interna.
Era troppo presto per considerarlo l’omicidio perfetto, ma era convinta che i presupposti ci fossero tutti.
Tirò un sospiro di sollievo, mentre sentiva che i battiti del cuore riprendevano la solita rassicurante andatura di sempre.
Era meglio buttare nel water l’unghia rotta e mettere via quel paio di guanti: era maggio e se fosse arrivata la polizia per interrogarla si sarebbe insospettita vedendo in giro degli indumenti invernali.
Era sudata. Da quando era rientrata in casa sentiva la necessità di farsi una doccia.
Rimase parecchio tempo sotto il getto purificatore dell’acqua e per la prima volta nella giornata pensò a quanto fatto: le sue mani intorno al collo della vecchia, il volto paonazzo di quest’ultima, la mazzetta di euro infilati velocemente nella tasca dei jeans.
Aveva ucciso una persona colpevole soltanto di essere avara e di non fidarsi di nessuno, tanto meno delle banche.
Si chiese quando avrebbe cominciato ad avvertire quel senso di rimorso per un atto così scellerato. Fino a quel momento non aveva provato nulla: soltanto un po’ di adrenalinica paura all’inizio e ora un’infinita stanchezza.
Da quanto tempo stava squillando il telefono? Non aveva intenzione di rispondere. Lo lasciò trillare un paio di volte ancora, prima di rendersi conto che quella telefonata avrebbe potuto fornirle un alibi.
Era passata circa un’ora dal fatto, ma sapeva - i film servono anche a questo - che i patologi non sono mai troppo sicuri sull’ora del decesso.
Si precipitò al telefono, senza preoccuparsi di coprirsi e bagnare il pavimento. “Pronto…” troppo tardi, chiunque fosse aveva già riattaccato.
La sirena di un mezzo di soccorso la fece sobbalzare: la sentiva vicina. Corse alla finestra, dopo aver recuperato un asciugamano. Si rianimò scorgendo in lontananza soltanto un’ambulanza.
Si allontanò dalla finestra, e cominciò a rivestirsi. La sirena, però, anziché allontanarsi, si avvicinava sempre più.
Tornò alla finestra giusto in tempo per vedere l’ambulanza fermarsi davanti all’ingresso del suo condominio.
Possibile che qualcuno si fosse già accorto? Forse non erano lì per la vecchia, forse, qualcuno nel palazzo, stava male.
Sentì del trambusto sulle scale: non poteva rimanere chiusa in casa, facendo finta di niente.
Aprì la porta e salutò una sua vicina. “Sa cosa è successo” “No, ma devono essere qui per la Sig.ra Baldini. Ho visto che entravano nel suo appartamento”.
Si erano già accorti: poco male! Era certa di non aver lasciato tracce in giro. Sapeva che la cosa sarebbe stata lunga: avrebbero dovuto chiamare un medico per accertarne la morte.
Scambiò ancora qualche parola con la signora dell’appartamento di fronte. Dalla sua posizione riusciva a vedere la porta della vecchia e a controllare gli eventuali movimenti dei soccorritori.
La porta dell’appartamento di sotto si riaprì e vide apparire uno dei soccorritori nella sua tuta blu. Sosteneva qualcosa… Prima di rendersene conto, vide che la vecchia veniva trasportata su una barella. Il volto era coperto da qualcosa, ma non da un lenzuolo. Guardò meglio: era una mascherina per l’ossigeno…
Non poteva crederci: il suo omicidio perfetto si era trasformato in un tentato omicidio. La vecchia era ancora viva!
L’angoscia l’assalì: era certa di averla uccisa. Le sue mani avevano premuto a lungo il collo rugoso. Si era accertata non respirasse più… Com’era possibile?
Doveva scappare: non poteva permettersi di aspettare più a lungo. Se la sua vittima fosse sopravvissuta, avrebbe detto il nome di chi aveva cercato di strangolarla. L’aveva vista in faccia…
Stupida, stupida, stupida! Avrebbe dovuto indossare anche una maschera, non solo i guanti!
Non aveva un piano di riserva: tutto era maturato nella sua mente così in fretta e non aveva neppure dubitato per un attimo potesse fallire.
Avrebbe preparato di corsa una valigia e sarebbe fuggita. Almeno le erano rimasti i soldi.
Fu velocissima anche nell’organizzazione della fuga. Si accertò che nessuno dei suoi vicini la vedesse uscire: tutti erano rientrati in casa. Aveva campo libero! Scese velocemente gli scalini e raggiunse la strada. La sua auto era parcheggiata davanti all’ingresso: meglio! Aveva meno probabilità di farsi vedere in giro con una valigia in mano.
Si era ricordata di prendere il passaporto: la meta l’avrebbe scelta in aeroporto.
Stava riprendendo il controllo della situazione e soprattutto di se stessa.
Volo per Rio de Janeiro. L’altra parte del mondo: non l’avrebbero cercata fin lì, inoltre, si sarebbe mossa spesso e pagando sempre in contanti con i soldi della vecchia, non avrebbe lasciato tracce.
“Un biglietto in economy. Pago in contanti” Toccò il rigonfiamento della tasca dei jeans e infilò, finalmente, le dita per estrarre le banconote.
Non c’erano: al loro posto soltanto un fazzoletto sporco. Il gelo, per l’ennesima volta, s’impadronì del suo corpo. Infilò più a fondo la mano: niente. Cercò nell’altra tasca: vuota! Con un gesto disperato, aprì la borsetta e rovistò ovunque, sapendo che non avrebbe trovato nulla, se non gli oggetti di sua legittima appartenenza.
Per quanto si sforzasse di concentrarsi per capire dove diavolo avesse buttato quei soldi, non ci riusciva.
La doccia: si era spogliata in camera e probabilmente i soldi erano caduti lì…
“Signora: fra poco chiameranno il suo volo”
Doveva comunque scappare: pagò con la carta di credito.
Salì sull’aereo incollerita: ora, di tracce, ne aveva lasciate fin troppe.
Si sistemò al suo posto, allacciandosi subito le cinture di sicurezza. Rivolse un ultimo pensiero a quei soldi abbandonati chissà dove e si pentì di non averli contati subito. Guardò fuori dal finestrino. Cominciò a piangere mentre l’aereo iniziava la fase di decollo.
Guardò l’orologio: erano trascorsi soltanto una decina di minuti. Era stata veloce: la Nikita di Besson non avrebbe saputo fare meglio. Sorrise per il paragone.
Le mani continuavano a tremare, nonostante si sentisse tranquilla. Sarà stato lo sforzo a cui le aveva sottoposte: stringere le dita intorno al collo della vecchia l’avevano stancata più del previsto.
Andò in sala e accese la televisione. Aveva voglia di rilassarsi ma non poteva. La sua mente doveva rimanere vigile e doveva essere sicura di non aver commesso errori.
Non aveva alibi, e lo sapeva, ma non aveva neppure un movente per uccidere la padrona di casa: aveva sempre pagato regolarmente l’affitto, non aveva mai avuto alcuno screzio con gli altri condomini. Gli investigatori non sarebbero mai arrivati a lei. L’avrebbero interrogata, questo era certo, ma non sarebbe mai entrata nella rosa dei sospettati.
Non aveva ancora controllato quanti soldi avesse portato via. Sentiva che la tasca dei jeans era gonfia, ma non sapeva ancora se quel bottino le avrebbe cambiato la vita.
Sperava di sì: se aveva visto bene, dovevano essere tutte banconote da 500 euro.
Aveva ucciso per denaro e non sapeva ancora per quanto! Avrebbe dovuto semplicemente infilare la mano nella tasca ed estrarre il contenuto. Era un gesto semplice, quasi meccanico, eppure non aveva il coraggio di farlo.
Li avrebbe contati prima di andare a letto, o magari proprio a letto. La conta dei soldi avrebbe sostituito, per quella sera, il solito romanzo sul comodino.
La TV era sempre accesa, ma non la osservava. Le mani non tremavano più. Non sembravano mani di un’assassina: erano magre, curate, belle. Stavano bene con lo smalto rosso.
Improvvisamente si sentì gelare: l’unghia dell’indice della mano destra era spezzata. Non era rotta completamente, mancava soltanto la punta.
Possibile non si fosse accorta prima!
Non doveva farsi prendere dal panico, doveva cercare di mantenere la calma.
Forse si era rotta in casa sua, probabilmente già dalla sera precedente e non si era accorta.
Come aveva fatto a commettere un simile errore?
Cominciò a ridere istericamente: stava diventando paranoica. Tornò in anticamera, afferrò i guanti che aveva lasciato sul tavolino d’ingresso e li rivoltò: l’unghia era lì, incastrata nella cucitura interna.
Era troppo presto per considerarlo l’omicidio perfetto, ma era convinta che i presupposti ci fossero tutti.
Tirò un sospiro di sollievo, mentre sentiva che i battiti del cuore riprendevano la solita rassicurante andatura di sempre.
Era meglio buttare nel water l’unghia rotta e mettere via quel paio di guanti: era maggio e se fosse arrivata la polizia per interrogarla si sarebbe insospettita vedendo in giro degli indumenti invernali.
Era sudata. Da quando era rientrata in casa sentiva la necessità di farsi una doccia.
Rimase parecchio tempo sotto il getto purificatore dell’acqua e per la prima volta nella giornata pensò a quanto fatto: le sue mani intorno al collo della vecchia, il volto paonazzo di quest’ultima, la mazzetta di euro infilati velocemente nella tasca dei jeans.
Aveva ucciso una persona colpevole soltanto di essere avara e di non fidarsi di nessuno, tanto meno delle banche.
Si chiese quando avrebbe cominciato ad avvertire quel senso di rimorso per un atto così scellerato. Fino a quel momento non aveva provato nulla: soltanto un po’ di adrenalinica paura all’inizio e ora un’infinita stanchezza.
Da quanto tempo stava squillando il telefono? Non aveva intenzione di rispondere. Lo lasciò trillare un paio di volte ancora, prima di rendersi conto che quella telefonata avrebbe potuto fornirle un alibi.
Era passata circa un’ora dal fatto, ma sapeva - i film servono anche a questo - che i patologi non sono mai troppo sicuri sull’ora del decesso.
Si precipitò al telefono, senza preoccuparsi di coprirsi e bagnare il pavimento. “Pronto…” troppo tardi, chiunque fosse aveva già riattaccato.
La sirena di un mezzo di soccorso la fece sobbalzare: la sentiva vicina. Corse alla finestra, dopo aver recuperato un asciugamano. Si rianimò scorgendo in lontananza soltanto un’ambulanza.
Si allontanò dalla finestra, e cominciò a rivestirsi. La sirena, però, anziché allontanarsi, si avvicinava sempre più.
Tornò alla finestra giusto in tempo per vedere l’ambulanza fermarsi davanti all’ingresso del suo condominio.
Possibile che qualcuno si fosse già accorto? Forse non erano lì per la vecchia, forse, qualcuno nel palazzo, stava male.
Sentì del trambusto sulle scale: non poteva rimanere chiusa in casa, facendo finta di niente.
Aprì la porta e salutò una sua vicina. “Sa cosa è successo” “No, ma devono essere qui per la Sig.ra Baldini. Ho visto che entravano nel suo appartamento”.
Si erano già accorti: poco male! Era certa di non aver lasciato tracce in giro. Sapeva che la cosa sarebbe stata lunga: avrebbero dovuto chiamare un medico per accertarne la morte.
Scambiò ancora qualche parola con la signora dell’appartamento di fronte. Dalla sua posizione riusciva a vedere la porta della vecchia e a controllare gli eventuali movimenti dei soccorritori.
La porta dell’appartamento di sotto si riaprì e vide apparire uno dei soccorritori nella sua tuta blu. Sosteneva qualcosa… Prima di rendersene conto, vide che la vecchia veniva trasportata su una barella. Il volto era coperto da qualcosa, ma non da un lenzuolo. Guardò meglio: era una mascherina per l’ossigeno…
Non poteva crederci: il suo omicidio perfetto si era trasformato in un tentato omicidio. La vecchia era ancora viva!
L’angoscia l’assalì: era certa di averla uccisa. Le sue mani avevano premuto a lungo il collo rugoso. Si era accertata non respirasse più… Com’era possibile?
Doveva scappare: non poteva permettersi di aspettare più a lungo. Se la sua vittima fosse sopravvissuta, avrebbe detto il nome di chi aveva cercato di strangolarla. L’aveva vista in faccia…
Stupida, stupida, stupida! Avrebbe dovuto indossare anche una maschera, non solo i guanti!
Non aveva un piano di riserva: tutto era maturato nella sua mente così in fretta e non aveva neppure dubitato per un attimo potesse fallire.
Avrebbe preparato di corsa una valigia e sarebbe fuggita. Almeno le erano rimasti i soldi.
Fu velocissima anche nell’organizzazione della fuga. Si accertò che nessuno dei suoi vicini la vedesse uscire: tutti erano rientrati in casa. Aveva campo libero! Scese velocemente gli scalini e raggiunse la strada. La sua auto era parcheggiata davanti all’ingresso: meglio! Aveva meno probabilità di farsi vedere in giro con una valigia in mano.
Si era ricordata di prendere il passaporto: la meta l’avrebbe scelta in aeroporto.
Stava riprendendo il controllo della situazione e soprattutto di se stessa.
Volo per Rio de Janeiro. L’altra parte del mondo: non l’avrebbero cercata fin lì, inoltre, si sarebbe mossa spesso e pagando sempre in contanti con i soldi della vecchia, non avrebbe lasciato tracce.
“Un biglietto in economy. Pago in contanti” Toccò il rigonfiamento della tasca dei jeans e infilò, finalmente, le dita per estrarre le banconote.
Non c’erano: al loro posto soltanto un fazzoletto sporco. Il gelo, per l’ennesima volta, s’impadronì del suo corpo. Infilò più a fondo la mano: niente. Cercò nell’altra tasca: vuota! Con un gesto disperato, aprì la borsetta e rovistò ovunque, sapendo che non avrebbe trovato nulla, se non gli oggetti di sua legittima appartenenza.
Per quanto si sforzasse di concentrarsi per capire dove diavolo avesse buttato quei soldi, non ci riusciva.
La doccia: si era spogliata in camera e probabilmente i soldi erano caduti lì…
“Signora: fra poco chiameranno il suo volo”
Doveva comunque scappare: pagò con la carta di credito.
Salì sull’aereo incollerita: ora, di tracce, ne aveva lasciate fin troppe.
Si sistemò al suo posto, allacciandosi subito le cinture di sicurezza. Rivolse un ultimo pensiero a quei soldi abbandonati chissà dove e si pentì di non averli contati subito. Guardò fuori dal finestrino. Cominciò a piangere mentre l’aereo iniziava la fase di decollo.
Era stato facile... estremamente facile e non riusciva a pensare ad altro mentre saliva lentamente e silenziosamente le scale.
Nessuno l’aveva vista scendere e nessuno l’aveva vista salire: ne era certa. Si chiuse la porta del suo appartamento alle spalle e solo in quel momento si accorse che le mani tremavano. Tolse i guanti di pelle e si congratulò con se stessa: nonostante avesse pianificato quell’omicidio da qualche ora soltanto, si era ricordata di indossare quei guanti. Oltre a non essere stata vista da nessuno, era anche sicura di non aver lasciato impronte digitali.
Guardò l’orologio: erano trascorsi soltanto una decina di minuti. Era stata veloce: la Nikita di Besson non avrebbe saputo fare meglio. Sorrise per il paragone.
Le mani continuavano a tremare, nonostante si sentisse tranquilla. Sarà stato lo sforzo a cui le aveva sottoposte: stringere le dita intorno al collo della vecchia l’avevano stancata più del previsto.
Andò in sala e accese la televisione. Aveva voglia di rilassarsi ma non poteva. La sua mente doveva rimanere vigile e doveva essere sicura di non aver commesso errori.
Non aveva alibi, e lo sapeva, ma non aveva neppure un movente per uccidere la padrona di casa: aveva sempre pagato regolarmente l’affitto, non aveva mai avuto alcuno screzio con gli altri condomini. Gli investigatori non sarebbero mai arrivati a lei. L’avrebbero interrogata, questo era certo, ma non sarebbe mai entrata nella rosa dei sospettati.
Non aveva ancora controllato quanti soldi avesse portato via. Sentiva che la tasca dei jeans era gonfia, ma non sapeva ancora se quel bottino le avrebbe cambiato la vita.
Sperava di sì: se aveva visto bene, dovevano essere tutte banconote da 500 euro.
Aveva ucciso per denaro e non sapeva ancora per quanto! Avrebbe dovuto semplicemente infilare la mano nella tasca ed estrarre il contenuto. Era un gesto semplice, quasi meccanico, eppure non aveva il coraggio di farlo.
Li avrebbe contati prima di andare a letto, o magari proprio a letto. La conta dei soldi avrebbe sostituito, per quella sera, il solito romanzo sul comodino.
La TV era sempre accesa, ma non la osservava. Le mani non tremavano più. Non sembravano mani di un’assassina: erano magre, curate, belle. Stavano bene con lo smalto rosso.
Improvvisamente si sentì gelare: l’unghia dell’indice della mano destra era spezzata. Non era rotta completamente, mancava soltanto la punta.
Possibile non si fosse accorta prima!
Non doveva farsi prendere dal panico, doveva cercare di mantenere la calma.
Forse si era rotta in casa sua, probabilmente già dalla sera precedente e non si era accorta.
Come aveva fatto a commettere un simile errore?
Cominciò a ridere istericamente: stava diventando paranoica. Tornò in anticamera, afferrò i guanti che aveva lasciato sul tavolino d’ingresso e li rivoltò: l’unghia era lì, incastrata nella cucitura interna.
Era troppo presto per considerarlo l’omicidio perfetto, ma era convinta che i presupposti ci fossero tutti.
Tirò un sospiro di sollievo, mentre sentiva che i battiti del cuore riprendevano la solita rassicurante andatura di sempre.
Era meglio buttare nel water l’unghia rotta e mettere via quel paio di guanti: era maggio e se fosse arrivata la polizia per interrogarla si sarebbe insospettita vedendo in giro degli indumenti invernali.
Era sudata. Da quando era rientrata in casa sentiva la necessità di farsi una doccia.
Rimase parecchio tempo sotto il getto purificatore dell’acqua e per la prima volta nella giornata pensò a quanto fatto: le sue mani intorno al collo della vecchia, il volto paonazzo di quest’ultima, la mazzetta di euro infilati velocemente nella tasca dei jeans.
Aveva ucciso una persona colpevole soltanto di essere avara e di non fidarsi di nessuno, tanto meno delle banche.
Si chiese quando avrebbe cominciato ad avvertire quel senso di rimorso per un atto così scellerato. Fino a quel momento non aveva provato nulla: soltanto un po’ di adrenalinica paura all’inizio e ora un’infinita stanchezza.
Da quanto tempo stava squillando il telefono? Non aveva intenzione di rispondere. Lo lasciò trillare un paio di volte ancora, prima di rendersi conto che quella telefonata avrebbe potuto fornirle un alibi.
Era passata circa un’ora dal fatto, ma sapeva - i film servono anche a questo - che i patologi non sono mai troppo sicuri sull’ora del decesso.
Si precipitò al telefono, senza preoccuparsi di coprirsi e bagnare il pavimento. “Pronto…” troppo tardi, chiunque fosse aveva già riattaccato.
La sirena di un mezzo di soccorso la fece sobbalzare: la sentiva vicina. Corse alla finestra, dopo aver recuperato un asciugamano. Si rianimò scorgendo in lontananza soltanto un’ambulanza.
Si allontanò dalla finestra, e cominciò a rivestirsi. La sirena, però, anziché allontanarsi, si avvicinava sempre più.
Tornò alla finestra giusto in tempo per vedere l’ambulanza fermarsi davanti all’ingresso del suo condominio.
Possibile che qualcuno si fosse già accorto? Forse non erano lì per la vecchia, forse, qualcuno nel palazzo, stava male.
Sentì del trambusto sulle scale: non poteva rimanere chiusa in casa, facendo finta di niente.
Aprì la porta e salutò una sua vicina. “Sa cosa è successo” “No, ma devono essere qui per la Sig.ra Baldini. Ho visto che entravano nel suo appartamento”.
Si erano già accorti: poco male! Era certa di non aver lasciato tracce in giro. Sapeva che la cosa sarebbe stata lunga: avrebbero dovuto chiamare un medico per accertarne la morte.
Scambiò ancora qualche parola con la signora dell’appartamento di fronte. Dalla sua posizione riusciva a vedere la porta della vecchia e a controllare gli eventuali movimenti dei soccorritori.
La porta dell’appartamento di sotto si riaprì e vide apparire uno dei soccorritori nella sua tuta blu. Sosteneva qualcosa… Prima di rendersene conto, vide che la vecchia veniva trasportata su una barella. Il volto era coperto da qualcosa, ma non da un lenzuolo. Guardò meglio: era una mascherina per l’ossigeno…
Non poteva crederci: il suo omicidio perfetto si era trasformato in un tentato omicidio. La vecchia era ancora viva!
L’angoscia l’assalì: era certa di averla uccisa. Le sue mani avevano premuto a lungo il collo rugoso. Si era accertata non respirasse più… Com’era possibile?
Doveva scappare: non poteva permettersi di aspettare più a lungo. Se la sua vittima fosse sopravvissuta, avrebbe detto il nome di chi aveva cercato di strangolarla. L’aveva vista in faccia…
Stupida, stupida, stupida! Avrebbe dovuto indossare anche una maschera, non solo i guanti!
Non aveva un piano di riserva: tutto era maturato nella sua mente così in fretta e non aveva neppure dubitato per un attimo potesse fallire.
Avrebbe preparato di corsa una valigia e sarebbe fuggita. Almeno le erano rimasti i soldi.
Fu velocissima anche nell’organizzazione della fuga. Si accertò che nessuno dei suoi vicini la vedesse uscire: tutti erano rientrati in casa. Aveva campo libero! Scese velocemente gli scalini e raggiunse la strada. La sua auto era parcheggiata davanti all’ingresso: meglio! Aveva meno probabilità di farsi vedere in giro con una valigia in mano.
Si era ricordata di prendere il passaporto: la meta l’avrebbe scelta in aeroporto.
Stava riprendendo il controllo della situazione e soprattutto di se stessa.
Volo per Rio de Janeiro. L’altra parte del mondo: non l’avrebbero cercata fin lì, inoltre, si sarebbe mossa spesso e pagando sempre in contanti con i soldi della vecchia, non avrebbe lasciato tracce.
“Un biglietto in economy. Pago in contanti” Toccò il rigonfiamento della tasca dei jeans e infilò, finalmente, le dita per estrarre le banconote.
Non c’erano: al loro posto soltanto un fazzoletto sporco. Il gelo, per l’ennesima volta, s’impadronì del suo corpo. Infilò più a fondo la mano: niente. Cercò nell’altra tasca: vuota! Con un gesto disperato, aprì la borsetta e rovistò ovunque, sapendo che non avrebbe trovato nulla, se non gli oggetti di sua legittima appartenenza.
Per quanto si sforzasse di concentrarsi per capire dove diavolo avesse buttato quei soldi, non ci riusciva.
La doccia: si era spogliata in camera e probabilmente i soldi erano caduti lì…
“Signora: fra poco chiameranno il suo volo”
Doveva comunque scappare: pagò con la carta di credito.
Salì sull’aereo incollerita: ora, di tracce, ne aveva lasciate fin troppe.
Si sistemò al suo posto, allacciandosi subito le cinture di sicurezza. Rivolse un ultimo pensiero a quei soldi abbandonati chissà dove e si pentì di non averli contati subito. Guardò fuori dal finestrino. Cominciò a piangere mentre l’aereo iniziava la fase di decollo.
lunedì 25 maggio 2009
Il libro sul comodino: "Venuto al mondo" di Margaret Mazzantini
Ci sono romanzi che entrano nel cervello, tormentano la carne, violentano il cuore, lacerano l'anima.
Parole come baionette: torturano, straziano, fanno male, terribilmente male.
Eppure quel libro rimane aperto fra le mie mani, non riesco ad abbandonarlo, non voglio abbandonarlo.
C'è la storia di tutta l'umanità nella sua malvagità, nella sua disperazione, nella sua dolcezza, nella sua speranza.
C'è l'amarezza per una maternità mancata, c'è l'angoscia per un aiuto negato, c'è l'odio per il prossimo.
C'è la guerra della ex Jugoslavia. Dimenticata anche se a pochi passi da noi, lontana dalle nostre menti e possibilmente dai nostri televisori.
Infine un bambino "venuto al mondo" fra gli orrori di quella guerra…
Questo è l'ultimo romanzo di Margaret Mazzantini, opera eccellente.
Parole come baionette: torturano, straziano, fanno male, terribilmente male.
Eppure quel libro rimane aperto fra le mie mani, non riesco ad abbandonarlo, non voglio abbandonarlo.
C'è la storia di tutta l'umanità nella sua malvagità, nella sua disperazione, nella sua dolcezza, nella sua speranza.
C'è l'amarezza per una maternità mancata, c'è l'angoscia per un aiuto negato, c'è l'odio per il prossimo.
C'è la guerra della ex Jugoslavia. Dimenticata anche se a pochi passi da noi, lontana dalle nostre menti e possibilmente dai nostri televisori.
Infine un bambino "venuto al mondo" fra gli orrori di quella guerra…
Questo è l'ultimo romanzo di Margaret Mazzantini, opera eccellente.
529 pagine dense, dure, amare, indimenticabili da riporre sullo scaffale dei libri preziosi e rari.
Dalla quarta di copertina
"La speranza appartiene ai figli.
Noi adulti abbiamo già sperato, e quasi sempre abbiamo perso"
Dalla quarta di copertina
"La speranza appartiene ai figli.
Noi adulti abbiamo già sperato, e quasi sempre abbiamo perso"
Pubblicato da
Stefania Lusetti
a
19.00
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Venuto al mondo
venerdì 22 maggio 2009
Diario di viaggio: Merhaba Antalya
Tornati.
Ogni angolo della nostra casa testimonia il recentissimo viaggio: in cucina la doppia teiera a torre con accanto una confezione di Çai, sul tavolo in salotto una stampa raffigurante antiche case ottomane, in camera del figlio un piccolo aeroplano gonfiabile della Turkish Airlines e sulla mensola in anticamera i talloncini del biglietto aereo Istanbul – Antalya.
Ogni angolo della nostra casa testimonia il recentissimo viaggio: in cucina la doppia teiera a torre con accanto una confezione di Çai, sul tavolo in salotto una stampa raffigurante antiche case ottomane, in camera del figlio un piccolo aeroplano gonfiabile della Turkish Airlines e sulla mensola in anticamera i talloncini del biglietto aereo Istanbul – Antalya.
Volutamente lascio che quel piccolo caos investa, per qualche giorno ancora, le nostre vite rilassate.
E poi le fotografie, la nostra pelle abbronzata e i ricordi.
La trasparenza del mare che riflette il fondale, lasciandoci ingenuamente credere di poterlo toccare con un piccolo tuffo, la storia di Roma e Atene racchiusa in decine di siti archeologici, il più grande anfiteatro romano del Mediterraneo, con i suoi 15.000 posti.
Il panettiere aperto ventiquattro ore al giorno, la pausa tè, sacra e inviolabile, in qualsiasi luogo e attimo, il suggestivo invito alla preghiera dei Muezzin echeggiante da ogni minareto, i piccoli mercati rionali di spezie e verdure, il bus che si ferma a ogni piccolo cenno con la mano, come i taxi di New York.
I Turchi adorano l'acqua di colonia e la rovesciano ovunque: fra i capelli, sulla pelle, negli androni dei palazzi. Lasciavo che quella fragranza piacevole colpisse le mie nari, regalandomi una sensazione di pulito e ordinato.
Ecco la nostra Turchia, il nostro viaggio a metà s
trada fra un Occidente modaiolo e un impenetrabile Medio Oriente.
E poi le fotografie, la nostra pelle abbronzata e i ricordi.
La trasparenza del mare che riflette il fondale, lasciandoci ingenuamente credere di poterlo toccare con un piccolo tuffo, la storia di Roma e Atene racchiusa in decine di siti archeologici, il più grande anfiteatro romano del Mediterraneo, con i suoi 15.000 posti.
Il panettiere aperto ventiquattro ore al giorno, la pausa tè, sacra e inviolabile, in qualsiasi luogo e attimo, il suggestivo invito alla preghiera dei Muezzin echeggiante da ogni minareto, i piccoli mercati rionali di spezie e verdure, il bus che si ferma a ogni piccolo cenno con la mano, come i taxi di New York.
I Turchi adorano l'acqua di colonia e la rovesciano ovunque: fra i capelli, sulla pelle, negli androni dei palazzi. Lasciavo che quella fragranza piacevole colpisse le mie nari, regalandomi una sensazione di pulito e ordinato.
Ecco la nostra Turchia, il nostro viaggio a metà s
(dall'alto:
Antalya - le cascate inferiori di Dueden
Il mare di Antalya
Aspendos - L'anfiteatro Romano
Antalya - vista dalla piazza Atatuerk)
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