1978

Milano, via De Amicis 14 maggio 1977: Giuseppe Memeo punta una pistola contro la polizia durante una manifestazione di protesta; foto di Paolo Pedrizzetti. Quest'immagine è diventata l'icona degli anni di piombo.

Stanno arrivando. Sento i loro slogan di morte echeggiare in quest'aria che fra qualche minuto sarà satura di gas lacrimogeni.
Ho paura e sono stanco. Vorrei tornare a casa ma non posso. E' troppo tardi e non soltanto perché sono circondato da muri, celerini e nemici. E' tardi perché ho superato il punto di non ritorno, perché non mi sono fermato in tempo, perché ho anteposto l'odio alla logica, perché ho permesso che l'ideologia venisse calpestata dall'aggressività, perché ho visto uccidere e non ho fatto nulla per impedirlo.
Riesco a vederli. Sono armati di asce, spranghe e chiavi inglesi. Nelle tasche avranno pure le pistole. Come noi!
Non siamo qui per difenderci ma per attaccare, colpire, fare male, ammazzare.
Ogni giorno un morto o un ferito. Poco importa sia rosso o nero o anarchico. Stiamo pagando con la vita l'illusione di un cambiamento.
Ma ci hanno fregato. Stiamo facendo gli interessi di questa ignobile classe politica che speravamo di sconfiggere.
E mentre noi combattiamo per strada, loro guadagnano voti da un'opinione pubblica terrorizzata ed esasperata.
Hanno cominciato a correre verso di noi. Una manciata di secondi e ci lanceremo su di loro.
Non riesco neppure a ricordare l'inizio di questa carneficina quotidiana. E soprattutto perché.
Ricordo soltanto che credevo nel cambiamento, ero convinto avremmo trasformato la classe dirigente e il mondo.
Bastava occupare un'aula di università per ottenere l'attenzione dei giornali e la simpatia dei progressisti.
Ora ci osservano sgomenti e terrorizzati.
Si può morire ovunque. A Milano, Bologna, Napoli, Roma. Su un treno, in una banca, in una piazza.
Avrei dovuto mollare anni fa dopo Primavalle o dopo la morte del greco o, al più tardi dopo il proiettile che ha ammazzato Walter Rossi. Avrei dovuto fermarmi due giorni fa, dopo Fausto e Iaio…
Il rumore è assordante. I cori si sono interrotti bruscamente. Ora sono i corpi a parlare il linguaggio della violenza e della brutalità.
Mi butto nella mischia.
Finirà.

Prima o poi finirà.



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