Incipit de "La Settima Invitata"


Copertina del mio primo romanzo "La settima invitata" - edito da Edizioni Creativa
Todi - Immagine di Stefania Lusetti

Ancora oggi mi chiedo cosa mi avesse spinta a partecipare a quella rimpatriata e mi soffermo a riflettere su come sarebbe la mia vita ora se non avessi preso la decisione, seppur controvoglia, di rivedere i miei compagni di liceo.
Non ho mai creduto alle amicizie eterne e preferisco non dover ricordare ciò che con tanta fatica e cura ho cercato di rimuovere dai miei pensieri.
Ho sempre considerato la mia vita in continua evoluzione e incontrarmi con persone che non vedevo da quindici anni significava per forza fermarmi a riflettere e tracciare un bilancio che io consideravo ancora provvisorio, ma loro avrebbero recepito come definitivo: quindi un fallimento.
Ma ciò che più mi spaventava era affrontare il ricordo di Gaia con chi ne aveva condiviso la vita e la morte: non mi sentivo ancora pronta ed ero convinta non lo sarei mai stata.
Sarebbe stato semplice rinunciare, inventare una malattia o un impegno improrogabile, ma non lo feci, quasi sapessi che quell’incontro avrebbe completamente trasformato la mia esistenza.
Nel corso degli anni ci eravamo sentiti telefonicamente, a volte qualche lettera e poi, con il prepotente ingresso di internet nelle vite di tutti ci eravamo inviati qualche mail allegando delle nostre foto aggiornate, con il solito sorriso stereotipato stampato in faccia. Ma ciò era avvenuto senza continuità e soprattutto senza quell’affetto che aveva contraddistinto per anni il nostro gruppetto.
Eravamo una compagnia insolita nel panorama del liceo classico Montale di Roma: uniti dalla nostra eterogeneità, da esperienze personali diverse, profondamente legati da uno spirito cameratesco e di solidarietà che pareva indissolubile negli anni.
Non so quale fosse stata la molla a renderci così affiatati, noi che provenivamo da realtà economiche e culturali differenti. 
In comune avevamo soltanto gli studi e quella voglia di emergere a tutti i costi: non saremmo finiti a vivere nel grigiore quotidiano che, a nostro dire, aveva caratterizzato l’intera vita dei nostri genitori.
Noi saremmo diventati grandi, forse famosi, senz’altro ricchi ma grazie, esclusivamente, alla nostra bravura, intraprendenza e risolutezza.
Sapevamo già cosa avremmo fatto da "grandi" e questo ci faceva credere di essere diversi da tutti i nostri coetanei che brancolavano fra materie scolastiche ed esami di riparazione a settembre, senza una meta precisa da raggiungere, se non la promozione. 
Ci credevamo dei vincenti ed eravamo convinti che diventare avvocato, uomo d’affari, scrittrice o medico sarebbe stato un gioco da ragazzi per noi.
E i sogni, a volte, si avverano.




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