Storia di un delitto quasi perfetto


Immagine di Stefania Lusetti

Era stato facile... estremamente facile e non riusciva a pensare ad altro mentre saliva lentamente e silenziosamente le scale.
Nessuno l’aveva vista scendere e nessuno l’aveva vista salire, ne era certa. Si chiuse la porta del suo appartamento alle spalle e solo in quel momento si accorse che le mani tremavano. Tolse i guanti di pelle e si congratulò con se stessa. Nonostante avesse pianificato   quell’omicidio da qualche ora soltanto, si era ricordata di indossare quei guanti. Oltre a non essere stata vista da nessuno era anche sicura di non aver lasciato impronte digitali.
Guardò l’orologio. Erano trascorsi soltanto una decina di minuti. Era stata veloce. La Nikita di Besson non avrebbe saputo fare meglio. Sorrise per il paragone.
Le mani continuavano a tremare nonostante si sentisse tranquilla. Sarà stato lo sforzo a cui le aveva sottoposte. Stringere le dita intorno al collo della vecchia l’avevano stancata più del previsto.
Andò in sala e accese la televisione. Aveva voglia di rilassarsi ma non poteva. La sua mente doveva rimanere vigile e doveva essere sicura di non aver commesso errori.
Non aveva alibi, e lo sapeva, ma non aveva neppure un movente per uccidere la padrona di casa. Aveva sempre pagato regolarmente l’affitto, non aveva mai avuto alcuno screzio con gli altri condomini. Gli investigatori non sarebbero mai arrivati a lei. L’avrebbero interrogata, questo era certo, ma non sarebbe mai entrata nella rosa dei sospettati.
Non aveva ancora controllato quanti soldi avesse portato via. Sentiva che la tasca dei jeans era gonfia, ma non sapeva ancora se quel bottino le avrebbe cambiato la vita.
Sperava di sì. Se aveva visto bene, dovevano essere tutte banconote da 500 euro.
Aveva ucciso per denaro e non sapeva ancora per quanto! Avrebbe dovuto semplicemente infilare la mano nella tasca ed estrarre il contenuto. Era un gesto semplice, quasi meccanico, eppure non aveva il coraggio di farlo.
Li avrebbe contati prima di andare a letto, o magari proprio a letto. La conta dei soldi avrebbe sostituito, per quella sera, il solito romanzo sul comodino.
La TV era sempre accesa, ma non la osservava. Le mani non tremavano più. Non sembravano mani di un’assassina: erano magre, curate, belle. Stavano bene con lo smalto rosso.
Improvvisamente si sentì gelare. L’unghia dell’indice della mano destra era spezzata. Non era rotta completamente, mancava soltanto la punta.
Possibile non si fosse accorta prima!
Non doveva farsi prendere dal panico, doveva cercare di mantenere la calma.
Forse si era rotta in casa sua, probabilmente già dalla sera precedente e non si era accorta.
Come aveva fatto a commettere un simile errore?
Cominciò a ridere istericamente. Stava diventando paranoica. Tornò in anticamera, afferrò i guanti che aveva lasciato sul tavolino d’ingresso e li rivoltò. L’unghia era lì, incastrata nella cucitura interna.
Era troppo presto per considerarlo l’omicidio perfetto, ma era convinta che i presupposti ci fossero tutti.
Tirò un sospiro di sollievo, mentre sentiva che i battiti del cuore riprendevano la solita rassicurante andatura di sempre.
Era meglio buttare nel water l’unghia rotta e mettere via quel paio di guanti. Era maggio e se fosse arrivata la polizia per interrogarla si sarebbe insospettita vedendo in giro degli indumenti invernali.
Era sudata. Da quando era rientrata in casa sentiva la necessità di farsi una doccia.
Rimase parecchio tempo sotto il getto purificatore dell’acqua e per la prima volta nella giornata pensò a quanto fatto: le sue mani intorno al collo della vecchia, il volto paonazzo di quest’ultima, la mazzetta di euro infilati velocemente nella tasca dei jeans.
Aveva ucciso una persona colpevole soltanto di essere avara e di non fidarsi di nessuno, tanto meno delle banche.
Si chiese quando avrebbe cominciato ad avvertire quel senso di rimorso per un atto così scellerato. Fino a quel momento non aveva provato nulla, soltanto un po’ di adrenalinica paura all’inizio e ora un’infinita stanchezza.
Da quanto tempo stava squillando il telefono? Non aveva intenzione di rispondere. Lo lasciò trillare un paio di volte ancora prima di rendersi conto che quella telefonata avrebbe potuto fornirle un alibi.
Era passata circa un’ora dal fatto, ma sapeva - i film servono anche a questo - che i patologi non sono mai troppo sicuri sull’ora del decesso.
Si precipitò al telefono, senza preoccuparsi di coprirsi e bagnare il pavimento. “Pronto…” troppo tardi, chiunque fosse aveva già riattaccato.
La sirena di un mezzo di soccorso la fece sobbalzare, la sentiva vicina. Corse alla finestra, dopo aver recuperato un asciugamano. Si rianimò scorgendo in lontananza soltanto un’ambulanza.
Si allontanò dalla finestra, e cominciò a rivestirsi. La sirena, però, anziché allontanarsi, si avvicinava sempre più.
Tornò alla finestra giusto in tempo per vedere l’ambulanza fermarsi davanti all’ingresso del suo condominio.
Possibile che qualcuno si fosse già accorto? Forse non erano lì per la vecchia, forse, qualcuno nel palazzo stava male.
Sentì del trambusto sulle scale, non poteva rimanere chiusa in casa, facendo finta di niente.
Aprì la porta e salutò una sua vicina. “Sa cosa è successo” “No, ma devono essere qui per la Sig.ra Baldini. Ho visto che entravano nel suo appartamento”.
Si erano già accorti. Poco male! Era certa di non aver lasciato tracce in giro. Sapeva che la cosa sarebbe stata lunga. Avrebbero dovuto chiamare un medico per accertarne la morte.
Scambiò ancora qualche parola con la signora dell’appartamento di fronte. Dalla sua posizione riusciva a vedere la porta della vecchia e a controllare gli eventuali movimenti dei soccorritori.
La porta dell’appartamento di sotto si riaprì e vide apparire uno dei soccorritori nella sua tuta blu. Sosteneva qualcosa… Prima di rendersene conto, vide che la vecchia veniva trasportata su una barella. Il volto era coperto da qualcosa, ma non da un lenzuolo. Guardò meglio. Era una mascherina per l’ossigeno.
Non poteva crederci. Il suo omicidio perfetto si era trasformato in un tentato omicidio. La vecchia era ancora viva!
L’angoscia l’assalì. Era certa di averla uccisa. Le sue mani avevano premuto a lungo il collo rugoso. Si era accertata non respirasse più… Com’era possibile?
Doveva scappare. Non poteva permettersi di aspettare più a lungo. Se la sua vittima fosse sopravvissuta avrebbe detto il nome di chi aveva cercato di strangolarla. L’aveva vista in faccia…
Stupida, stupida, stupida! Avrebbe dovuto indossare anche una maschera, non solo i guanti!
Non aveva un piano di riserva. Tutto era maturato nella sua mente così in fretta e non aveva neppure dubitato per un attimo potesse fallire.
Avrebbe preparato di corsa una valigia e sarebbe fuggita. Almeno le erano rimasti i soldi.
Fu velocissima anche nell’organizzazione della fuga. Si accertò che nessuno dei suoi vicini la vedesse uscire. Tutti erano rientrati in casa. Aveva campo libero! Scese velocemente gli scalini e raggiunse la strada. La sua auto era parcheggiata davanti all’ingresso: meglio! Aveva meno probabilità di farsi vedere in giro con una valigia in mano.
Si era ricordata di prendere il passaporto. La meta l’avrebbe scelta in aeroporto.
Stava riprendendo il controllo della situazione e soprattutto di se stessa.
Volo per Rio de Janeiro. L’altra parte del mondo. Non l’avrebbero cercata fin lì, inoltre, si sarebbe mossa spesso e pagando sempre in contanti con i soldi della vecchia, non avrebbe lasciato tracce.
“Un biglietto in economy. Pago in contanti” Toccò il rigonfiamento della tasca dei jeans e infilò, finalmente, le dita per estrarre le banconote.
Non c’erano. Al loro posto soltanto un fazzoletto sporco. Il gelo, per l’ennesima volta, s’impadronì del suo corpo. Infilò più a fondo la mano, ma nulla. Cercò nell’altra tasca: vuota! Con un gesto disperato, aprì la borsetta e rovistò ovunque, sapendo che non avrebbe trovato nulla, se non gli oggetti di sua legittima appartenenza.
Per quanto si sforzasse di concentrarsi per capire dove diavolo avesse buttato quei soldi, non ci riusciva.
La doccia! Si era spogliata in camera e probabilmente i soldi erano caduti lì…
“Signora. Fra poco chiameranno il suo volo”
Doveva comunque scappare. Pagò con la carta di credito.
Salì sull’aereo incollerita. Ora, di tracce, ne aveva lasciate fin troppe.

Si sistemò al suo posto allacciandosi subito le cinture di sicurezza. Rivolse un ultimo pensiero a quei soldi abbandonati chissà dove e si pentì di non averli contati subito. Guardò fuori dal finestrino. Cominciò a piangere mentre l’aereo iniziava la fase di decollo.


2004 - Concorso Arezzo Wave - Superata la prima selezione effettuata dalla redazione (selezione di 193 racconti su 740)

2011 - Menzione Internazionale al "Premio Internazionale di Racconti gialli, brevi, ambientati in Italia" organizzato dalla "Three Crowns International Publishing Company – London" con la seguente motivazione:
"Forma espressiva semplice ma efficace.
La storia inizia in un clima tipicamente giallo ma termina in un modo
grottesco.
Il racconto è certamente in grado di interessare il lettore ed anche di
farlo meravigliare proprio per l'epilogo inaspettato.
VALUTAZIONE COMPLESSIVA BUONA" 


Nessun commento: